LA TEORIA DELLE 2 DEPRESSIONI

Quando parliamo di depressione, nell’ambito del vasto capitolo dei disordini neuro-psichici, ci riferiamo ad un’entità clinica che necessita di un inquadramento il più possibile preciso. Poiché fondamentale risulta la stretta corrispondenza che c’è tra una diagnosi corretta ed una terapia correttamente programmata. Evitando elencazioni ridondanti ricorderò, soprattutto a beneficio del lettore, che sono poche le valutazioni davvero significative e meritevoli di essere approfondite ed attenzionate. Una prima fondamentale distinzione (ed è quella sulla quale porremo un accento particolare in questo articolo) va fatta sul piano specificamente eziologico (che si basa, cioè, sulle cause scatenanti il disturbo depressivo). Tale criterio, che genera per l’appunto il concetto teorico delle 2 depressioni, distingue ed evidenzia la (1) depressione endogena (o neuro-chimica o primaria), cioè quella dovuta sostanzialmente ad uno squilibrio neuro-chimico a carico dell’asse timico (dell’umore), vale a dire a carico di serotonina e noradrenalina. Tale è la condizione che pone la persona in un assetto di morbosità associato alla primaria conseguenza di doversi necessariamente affidare alla terapia farmacologica. L’altra variante è rappresentata dalla (2) depressione esogena (o reattiva o secondaria) (cioè scatenata da cause esterne tali da turbare l’asse timico: lutti, fallimenti affettivi, gravi perdite, eventi drammatici) che può anche non richiedere la terapia farmacologica, se non per brevi periodi di supporto, e che, quindi, mostra di ricevere un giovamento ancor più grande dalla psicoterapia, con una restitutio ad integrum pressochè totale, perchè in questo caso si tratta di una forma che potremmo definire reattiva, cioè di matrice secondaria. Perciò le depressioni esogene si distinguono per la loro caratteristica secondarietà, diversamente della forme endogene tipicamente primarie. Il criterio clinico, che invece distingue fra depressioni maggiori e minori sulla base della gravità dei sintomi della depressione e della loro durata, non è lo specifico oggetto di questo articolo, per cui glisseremo sull’argomento. Il clinico opererà, dunque, un fondamentale discernimento sulla base dell’osservazione, fatto che gli deriverà anche dall’applicazione del proprio metodo, su quella che è la necessita o meno di ricorrere al farmaco, a seconda del caso specifico che si troverà di fronte. Il farmaco antidepressivo potrà essere oggetto di somministrazioni prolungate, finanche al postulare che il paziente presenti un assetto neuro-chimico tale da non poterne fare a meno per tempi molto lunghi. L’uso degli antidepressivi per periodi mal definiti non è e non dovrebbe mai essere la regola, ma sarà il medico specialista a valutare, caso per caso, quanto dovrà durare il trattamento. Riconoscere la tipologia di depressione cui ci si trova di fronte risulta di importanza enorme perché consente di adattare il percorso terapeutico in maniera perfettamente calzante al singolo caso, al singolo quadro individualizzato. In caso contrario, una diagnosi non precisa e non perfettamente individualizzata non consentirà di programmare l’iter terapeutico più adatto. Coglieremo qui l’occasione per sottolineare quanto la prevalenza del disordine depressivo sia in aumento, anche in concomitanza con la situazione pandemica da Covid-19. Si è detto recentemente dell’aumento dello stress pandemia-correlato ed in realtà osserviamo, tramite studi clinici di popolazione, che sono essenzialmente due gli elementi di neuro-disagio soggetti ad intensificazione: il primo riguardante l’asse timico, che devia verso la polarità depressiva e il secondo concernente il versante ansioso-neurotico, incline ad un trend peggiorativo. Le fasce di popolazione più colpite sono risultate in assoluto quella infantile e quella adolescenziale con aumento netto degli episodi ansioso-depressivi tra i più giovani ed annesso elemento di autolesività. Ne è risultato un generale clima di allarme della comunità scientifica, principalmente per quanto attiene alle necessità terapeutiche impellenti legate alla sindrome da stress covid-correlato. Al di là dei test per la valutazione degli stati depressivi, pur utilissimi, sarà l’osservazione da parte del clinico a sciogliere i dubbi più grandi.

Musicoterapia e depressione

La musicoterapia non mostra in alcun modo desideri di esclusività in merito al trattamento della depressione e dei disturbi dell’umore. Né potrebbe. La legge italiana sancisce che il gold standard per il trattamento della depressione è rappresentato dalla psicoterapia, unitamente alla terapia farmacologica (quando necessaria, e nei tempi e nei modi stabiliti dal medico specialista). Nell’ambito di un approccio integrato, però, la musicoterapia si inserisce a buon diritto tra i metodi di trattamento a più alto potenziale di efficacia, soprattutto in virtù dello straordinario impatto clinico che la metodica mostra sul paziente depresso. Come suffragato dall’abbondante letteratura, e come anche da me ricordato nel libro “Musicoterapia Clinica” (2020, Artemia Nova Editrice), seguono, a giovamento del lettore, i più sensibili obiettivi clinici che il musicoterapeuta può pianificare nel trattamento del paziente depresso. In questo specifico cluster di disturbi la musicoterapia consente di:

  1. Favorire gli insight, vale a dire le prese di coscienza, di quelle che sono le istanze che mantengono ed aggravano il disturbo;
  2. Favorire la libera espressione del paziente in modo tale che si creino supportività e compenso a quello che è uno dei più drammatici gap interni del paziente depresso;
  3. Rinforzare il piacere, specificamente quello derivante dalla relazione sonora, in modo da contrastare l’apatia, l’anedonia (assenza di desiderio) e l’anestesia per il piacere, sintomi che così fortemente si impiantano in questo tipo di pazienti;
  4. Favorire nel paziente il contatto con sé stesso e le catarsi. L’esternazione delle energie e dell’emotività della persona, che diversamente rischiano di rimanere incarcerate nell’habitus depresso, risulta possibile grazie all’apertura di un tramite comunicativo che la musicoterapia straordinariamente riesce a stabilire;
  5. Dare grande spazio all’azione ad alla condivisione. Il fare attivo produrrà un innalzamento dello stato dell’Io, generando rinforzo del medesimo e dando vita al senso di appartenenza a qualcosa di significativo. Così si pone contrasto alla tendenza nichilista e di non appartenenza al mondo tipica dello stato depressivo;
  6. Elicitare fortemente la relazione diadica. L’idea rinforzata di sé, unitamente alla consapevolezza dell’altro, consente di portare nuova energia positiva al proprio modello esistenziale, terribilmente vessato dal sintomo depressivo.

Dr. Marco Di Matteo

Medico chirurgo, musicoterapeuta clinico, docente e autore
Laureato in Medicina e Chirurgia, ha conseguito il diploma accademico di alta formazione in Musicoterapia. Docente incaricato di Chitarra Moderna presso lo studio musicale “Modern Guitar” di Pescara, docente accademico a contratto di Musicoterapia, C.T.U. Del Tribunale di Pescara, C.T.P. per la valutazione del danno biologico, autore letterario.

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